
Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un reel su Instagram che mi ha fatto sorridere… e riflettere. La scena era costruita in modo ironico: un ragazzo, bravissimo, preparatissimo, proveniente dal Conservatorio, eseguiva passaggi virtuosistici incredibili al pianoforte. Ogni volta, però, un “professore” lo interrompeva, quasi rimproverandolo. Poi, a un certo punto, il ragazzo suona quattro note semplicissime — una melodia elementare — e il professore esclama entusiasta: “Bravo! Bravissimo!”
La battuta era chiara: una critica, neanche troppo velata, al mondo dell’insegnamento privato, dove — secondo questo stereotipo — basta poco per ricevere un complimento, mentre nei percorsi accademici il livello richiesto è altissimo e il riconoscimento molto più raro.
Ecco, da insegnante di musica, pianoforte e musicoterapeuta, sento il bisogno di dire una cosa: attenzione a queste semplificazioni.
Io stessa ho studiato in Conservatorio. E, prima ancora, in scuole private che mi preparavano proprio per quel percorso. Ho conosciuto la disciplina, la rigidità, l’esigenza tecnica. E sì, riconosco che, per chi desidera diventare concertista, quello è un cammino fondamentale, probabilmente il più strutturato e completo.
Ma la musica… non è solo quello.
Se ripenso al mio percorso, mi rendo conto che quello che spesso è mancato non era la competenza, non era la preparazione. Era qualcosa di molto più semplice: un sorriso, una parola di incoraggiamento, una pacca sulla spalla. Anche quando magari avevo “solo” fatto due note.
Qualcuno potrebbe dire: “Ma così si abbassa il livello.”
Io invece credo il contrario: si costruisce la motivazione.
Perché soprattutto nei bambini e nei ragazzi, il riconoscimento non è un premio alla mediocrità. È un seme. Quando un allievo si sente dire “bravo”, anche per un piccolo traguardo, dentro di sé scatta qualcosa: “Allora posso migliorare. Allora posso farne di più.”
E questo fa tutta la differenza.
Nel mio studio ho visto crescere tanti allievi, ognuno con il proprio tempo, il proprio ritmo, le proprie difficoltà. Mi viene in mente in particolare una ragazza che ho seguito fin da piccolissima. Faceva più fatica rispetto ad altri, sì. Mentre i suoi coetanei suonavano brani complessi, lei era ancora alle basi.
Eppure, le abbiamo sempre detto: “Va bene così. Sei brava. Continua.”
Questa fiducia — mia, ma anche dei suoi genitori — ha costruito in lei un’autostima fortissima. Oggi non solo ha raggiunto il livello degli altri… ma, soprattutto, ha sviluppato qualcosa di ancora più prezioso: ama profondamente la musica.
Non la vive come prestazione.
Non la vive come competizione.
La vive come bellezza.
E quando suona, si vede.
E allora mi chiedo: davvero vogliamo ridurre tutto a una contrapposizione tra “alto livello” e “complimenti facili”?
La musica è molto di più.
È espressione.
È relazione.
È crescita personale.
È terapia.
È capacità di vedere la bellezza — in un mondo in cui spesso facciamo fatica a riconoscerla.
Non tutti diventeranno concertisti. Ed è giusto così.
Non tutti devono affrontare un percorso accademico rigido. E anche questo è giusto.
C’è chi studia musica per passione, chi per stare meglio, chi per comunicare, chi per trovare il proprio spazio nel mondo. E tutti questi percorsi hanno la stessa dignità.
Anzi, vi dirò di più: ho visto contesti — anche educativi — in cui si tendeva a “scartare” chi faceva più fatica, per privilegiare chi era già più avanti. Io stessa mi sono trovata in una situazione del genere… e ho scelto di andarmene.
Perché il nostro compito, come insegnanti, non è selezionare i migliori.
È far crescere tutti.
È accompagnare anche chi è più fragile, chi ha tempi diversi, chi ha bisogno di più tempo per sbocciare.
Perché quella bambina “in difficoltà” potrebbe, un giorno, essere proprio quella che più di tutti saprà cogliere il senso profondo della musica.
E allora, forse, il punto non è decidere chi ha ragione tra Conservatorio e scuola privata.
Il punto è ricordarci perché insegniamo.
Io, personalmente, non insegno solo per formare futuri concertisti.
Insegno per formare persone.
Persone più consapevoli, più sensibili, più capaci di stare con gli altri.
Persone che, anche se un giorno smetteranno di suonare, continueranno a cercare la bellezza.
E se questo passa anche da un “bravo” detto al momento giusto, per una nota suonata bene… allora sì, continuerò a dirlo.
Senza alcun dubbio.
Ditemi cosa ne pensate direttamente nei commenti.

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